Quando l’alpinismo fa rima con tenacia: la scalata del Nanga Parbat (8125 m) di Tiphaine Dupérier
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Dopo 17 giorni trascorsi al campo base del versante Rupal del Nanga Parbat, la cordata composta da Tiphaine Dupérier e Boris Langenstein ha realizzato una prima storica: la discesa con gli sci di questo versante leggendario, mai sciato prima, dopo un’ascensione condivisa con David Goettler. Partito il 21 giugno all’1:30, il trio raggiunge la vetta dell’Himalayano di 8125 metri il 24 giugno alle 15:30. Quel giorno segna una svolta decisiva: quella tra i versanti, tra l’ascensione e l’impegno della discesa. Gli sci vengono calzati in vetta, per una discesa di tre giorni fino al campo base. Il tutto in stile alpino: senza ossigeno, senza corde fisse, senza portatori. Un sogno di sette anni si realizza finalmente per Tiphaine Dupérier e Boris Langenstein.
Se l’innevamento eccezionalmente scarso e le temperature elevate non hanno permesso una discesa integrale — gli ultimi 2500 metri essendo caratterizzati da cadute di pietre, passaggi in disarrampicata e neve di cattiva qualità —, la parte alta dell’itinerario, dagli 8125 ai 6000 metri, ha offerto condizioni stabili e sciabili. Quanto basta per permettere alla cordata di lasciare una nuova traccia nella storia dell’alpinismo e dello sci ripido sui fianchi del «mostro pakistano».
Il racconto della spedizione con Tiphaine Dupérier, membro della Lagoped Family.
Il 21 giugno 2025, Tiphaine Dupérier si mette nuovamente in cammino verso una vetta che le sta a cuore dal 2019. Da diversi anni, questo progetto le è rimasto addosso, la segue, la aspetta. Un primo tentativo fallito, un secondo interrotto… e infine questo terzo che, stavolta, andrà a buon fine. «Quando funziona, è fantastico.»
Perché la riuscita di un progetto di grande portata in alta montagna non è mai soltanto una questione di fortuna. È il risultato di un lungo lavoro, di tanta pazienza, perseveranza e di una preparazione meticolosa. Questo successo è anche una pagina che si volta per Tiphaine.
Tiphaine Dupérier non è alla sua prima vetta. Ma aspettava questa spedizione da molto tempo. Già nel 2019 aveva tentato la salita, da un altro versante. Poi, nel 2024, un nuovo tentativo. Senza successo. Nel 2025, insieme a due compagni di cordata — David, un esperto degli 8000, e Boris, compagno di lunga data — si concede una nuova possibilità.
Tutto comincia con una strategia: il 24 giugno è annunciato come una finestra meteorologica perfetta, senza vento. Il 21, quindi, è il giorno della partenza. Obiettivo: salire gradualmente ogni giorno, campo dopo campo, per raggiungere la vetta esattamente al momento giusto. Sono le previsioni meteo e la logistica a dettare il ritmo della salita.
Il 21 giugno, partenza dal campo base all’1:30 del mattino. Bisogna evitare il sole sulla parete sud, dove le cadute di massi sono frequenti. 2500 m di dislivello positivo tutto d’un fiato. Arrivo al campo 1 a 6000 m. L’altitudine è già considerevole e gli effetti iniziano a farsi sentire. Il caldo diurno impedisce di riposare. Bisogna ingegnarsi: parasoli improvvisati con il piumino, coperte sulla tenda… e bere, sempre.
Il 22 giugno, salita al campo 2 a 6800 m, lungo una grande e monotona distesa di neve. Difficile mentalmente ed estenuante fisicamente, perché bisogna aprire la traccia, senza assistenza e senza sherpa. Ma questa volta la montagna è meno innevata rispetto al 2024. Si procede meglio. La motivazione è intatta.
Il 23 giugno si fa sul serio. Da 6800 m a 7300 m, la pendenza aumenta e il terreno diventa tecnico. Non c’è nessuno. Niente corde fisse, nessun itinerario evidente. Bisogna leggere la montagna e attingere alle proprie riserve. L’altitudine riduce l’appetito e l’energia, ma una buona notte al campo 3 restituisce un po’ di forza per ciò che attende il giorno dopo: la vetta.
Il 24 giugno, partenza ancora una volta nel cuore della notte. All’1:30, la cordata affronta l’ascensione finale. Dopo un’ora, ecco il tratto più delicato: arrampicata mista, tra ghiaccio e roccia. Esposta, fisica, tecnica. Ma, una volta superata, arriva una sensazione strana: abbiamo oltrepassato l’altro versante della montagna. Tornare indietro non sarebbe più un’opzione semplice.
Questo è l’impegno in alta montagna.
Quando sorge il sole, è un sollievo. Una grande traversata sulla neve conduce al bastione roccioso sotto la vetta; bastano gli ultimi passi di arrampicata e, alle 15 h 30, i tre alpinisti raggiungono finalmente il loro obiettivo.
“Ce l’abbiamo fatta.”
Non ci sono lacrime, ma un grande sorriso, euforia, un profondo sollievo. David firma così il suo 5° tentativo, Boris la sua 2ª ascensione e, questa volta, Tiphaine è in vetta con lui. Un bel cerchio che si chiude.
David prepara la discesa in parapendio e inizia a piedi. Tiphaine e Boris, invece, calzano gli sci. Non è finita. A 7600 m ritrovano David e lo aiutano a gonfiare la vela. Si libra in volo, “come una bomba”, e compie una discesa magica nelle luci dorate del tramonto.
È tardi. Scende la notte. Per fortuna si sono organizzati in anticipo. Una tenda, un materassino gonfiabile, un fornello. Una notte improvvisata sulla parete ovest, in tranquillità, per recuperare le forze prima di ripartire.
Il giorno dopo, svegliarsi è dura. Ancora una traversata tecnica. Poi la discesa con gli sci, definita un “combattimento”. L’esplosività richiesta dallo sci non va d’accordo con l’altitudine. Una pausa ogni tre curve. Senza fiato, con le gambe in fiamme. Ma fare curve sulla cresta innevata della vetta è magico. È raro. E Tiphaine Dupérier lo ricorderà a lungo.
Questo progetto non è solo una prestazione. È una storia di cordata, di fiducia, di rispetto reciproco. Con Boris, Tiphaine condivide 10 anni di spedizioni. Il loro legame non ha più bisogno di parole. Ognuno sa come funziona l’altro, anticipa e sostiene.
Con David, che conosce meno, ma ammira per i suoi 20 anni di esperienza, Tiphaine scopre un’altra forma di fiducia: quella che ispirano la padronanza e la serenità di un esperto. Insieme formano una squadra equilibrata ed efficace.
“Ci sosteniamo, ci ascoltiamo, ci alterniamo per battere la traccia. È questo che ci ha permesso di riuscire.”
Non pensava di poter arrivare così lontano. Ce l’ha fatta.
Fisicamente, è la sua prestazione più importante.
Mentalmente, ha confermato ciò che già sapeva: con la squadra giusta, tutto diventa possibile.
E ai giovani alpinisti trasmette questo messaggio:
“Questa riuscita dimostra che non bisogna arrendersi. Non è schioccando le dita che le cose funzionano. Bisogna essere pazienti, tenaci. Salire progetto dopo progetto, assemblare i pezzi del puzzle. E un giorno ce la si fa.”