La settima trappola: la prevenzione dei rischi in montagna
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Eliott Nicot, membro della Lagoped Family e regista di un film sui pericoli del sovraffollamento in montagna, ci presenta il suo nuovo progetto cinematografico: il 7° trabocchetto. Un documentario sulla prevenzione dei rischi in montagna.
I massicci francesi sono il terreno di gioco di migliaia di appassionati di sport di montagna. Nonostante la formazione offerta dalle strutture autorizzate, le statistiche sugli incidenti mostrano una curva in crescita dal 2009. Infatti, secondo uno studio dell’ENSA, nel 2018 si sono verificati 200 incidenti mortali, contro i 178 del 2009. Inoltre, queste stesse statistiche mostrano che gli incidenti possono riguardare tanto i praticanti esperti quanto i principianti (3). Come superare la complessità del caso specifico di ogni incidente e trovare una soluzione capace di produrre senso e di prevenire, a tutti i livelli tecnici, un maggior numero di tragedie? È questa la domanda a cui vorrei poter rispondere realizzando il mio film, “Il 7° trabocchetto”.
Il desiderio di esplorare spinge a superare i limiti del possibile. Infatti, il rischio non ha mai alterato la ricerca dell’avventura. Eppure, dietro ogni impresa, sia essa competitiva o legata alla ricerca del superamento di sé, ritroviamo “quello stato essenzialmente morale raggiunto quando si ottiene tutto ciò che ci appare buono, ciò che può soddisfare pienamente i nostri desideri, realizzare completamente le nostre aspirazioni, trovare un equilibrio nella crescita armoniosa della nostra personalità“ (cnrtl): la felicità. Neil Armstrong, al ritorno dalla sua missione lunare, potrebbe essersi guardato allo specchio dicendo “sono felice”. E a buon diritto, ne aveva tutte le ragioni! Anche Ueli Steck o Marc André Leclerc, alpinisti appassionati di solitarie e di grandi pareti nord, cercavano la propria felicità. Così, che sia procurata da una dose di adrenalina durante l’esecuzione di movimenti al di sopra di un punto incerto, dal superamento di sé o dal senso di realizzazione, è la ricerca della felicità ad animarci.
Sarebbe quindi opportuno confrontare il rapporto dell’essere umano con il rischio, il destino e il piacere, per trovare spunti di riflessione sul tema dei margini di sicurezza. Non a caso, le scuole di formazione alla leadership in montagna (ENSA, EMHM, CNISAG) identificano il fattore umano come principale fonte di incidenti, con i 6 trabocchetti dell’inconscio come corollari: abitudine, ostinazione, desiderio di sedurre, aura dell’esperto, posizione sociale e sensazione di rarità. Tuttavia, sarebbe legittimo ipotizzare l’esistenza di un 7° trabocchetto dell’inconscio, quello della rottura dell’equilibrio tra piacere e assunzione di rischi. Questo settimo trabocchetto sarebbe più discreto degli altri sei, perché farebbe parte integrante della progressione tecnica in montagna: un parapendista non si limiterà a semplici voli in aria calma. Un giorno si dedicherà al cross o al volo bivacco. Un arrampicatore, dal canto suo, non rimarrà per sempre su una falesia completamente attrezzata. Quanto allo sciatore, è naturale che voglia uscire dai comprensori sicuri.
Sarebbe quindi interessante riflettere sulle proprie motivazioni non appena si comincia a perfezionare il proprio livello tecnico in una disciplina. Per Mallon e Knoertzer dell’ENSA, è fondamentale esplicitare nel modo più preciso possibile questa motivazione, “che permette di integrare l’assunzione del rischio e trasformarla in un obiettivo di gara”. Se alcuni parleranno di “superamento di sé, scoperta, sfida, bellezza”, ogni motivazione è legittima. Tuttavia, è “fondamentale esplicitare nel modo più preciso possibile questa motivazione (4)”. Infatti, conoscerla permette di definire meglio il patto stretto con sé stessi e facilita l’osservazione delle incoerenze. Per esempio, per quanto sia appassionato, mi interrogo sistematicamente sulle ragioni che mi spingono a volare in parapendio: se so che desidero trascorrere un momento da solo, immergendomi nei colori sgargianti dell’estate indiana, il patto sarà rispettato qualunque cosa accada e non avrò bisogno di superare limiti che non mi ero prefissato. Se decido di affrontare una via in montagna e la mia motivazione è trascorrere una giornata in cordata con un amico, non cercherò di mettermi in difficoltà dal punto di vista tecnico. Infine, se voglio superare me stesso, lo farò su un itinerario sicuro o facilmente proteggibile. In ogni caso, cercherò di analizzare le mie motivazioni, scomporle, attenermi a esse e non mescolarle tutte.
Eppure, nonostante tutte queste precauzioni, in montagna esistono dei rischi. Spesso poco accettati dalle nostre norme sociali, che minimizzano il pericolo, è tuttavia innegabile che ciò che comunemente viene chiamato “rischio zero” non esiste. Per rispondere ai pericoli insiti nella loro progressione, i praticanti e le praticanti utilizzano le proprie competenze, la capacità di analisi e un’attrezzatura adeguata. Ciononostante, esiste un limite. Perché una padronanza tecnica perfetta, anche associata a un’analisi impeccabile e a una buona attrezzatura, non può essere l’unica garanzia di sicurezza. È innanzitutto l’essere umano a scegliere i propri margini in base alle proprie capacità e motivazioni. Inoltre, questi margini includono l’esposizione a rischi oggettivi e incontrollabili. In altre parole, i seracchi non bussano alle nostre porte. Di conseguenza, il praticante deve interrogarsi necessariamente sul tipo di piacere che gli procurerà una scelta piuttosto che un’altra. Se non prestiamo attenzione, il controllo del nostro stesso piacere può così sfuggirci, in una fuga verso la realizzazione di imprese sempre più ambiziose e troppo rischiose rispetto a ciò che sarebbe benefico per il nostro equilibrio personale. Portato all’estremo, il settimo trabocchetto, che potremmo chiamare “rapporto rischio-piacere”, diventerebbe una fuga in avanti che accelererebbe con la progressione tecnica.
Del resto, non vi è mai capitato di ritrovarvi a valle con la sensazione di gioia e intensa felicità che la riuscita di una via o di un volo vi procura? Mentre assaporate la vittoria, è possibile osservare quel calore dissiparsi poco a poco, fino a lasciare una sorta di vuoto che chiede di essere colmato da un nuovo progetto. È proprio in questo momento che si sviluppa il settimo trabocchetto dell’inconscio. Prima di impegnarsi, non si potrebbe fare una breve introspezione? Per esempio, potremmo chiederci: “Quello che decido di fare mi renderà più felice?” oppure “Quale processo mi ha portato a fare questa scelta?” o ancora “Ho posizionato correttamente il mio cursore tra il mio margine di sicurezza e il piacere che ne ricavo?”.
Dovremmo allora decidere quando fermarci nella nostra curva di progressione e rimanere lì al sicuro? Alcune unità militari valutano ogni anno il livello di stabilità, benessere e motivazione di ciascun membro del gruppo, per assicurarsi che nessuno perda le proprie capacità operative. Lo sportivo che affida la propria vita alla padronanza tecnica, alla capacità di analisi e alla forza mentale ha molto da imparare da questo metodo. Dobbiamo essere pienamente consapevoli dei presupposti e delle conseguenze delle nostre decisioni. Quali sono le potenziali conseguenze delle nostre azioni? Che cosa significa davvero impegnarsi? Sì, dall’esplorazione alpina emerge qualcosa di inebriante. Certo, vi si trovano un benessere insostituibile, un’arte di vivere da proteggere e una potente armonia con sé stessi, la natura e i compagni di cordata. Ci si presta a un gioco in cui persino l’eventualità, per quanto remota, della morte sublima la bruciante passione per la vita. A volte si finisce persino per fissare negli occhi l’assurdità dell’esistenza, restando ben dritti, per annunciarle di averne penetrato il mistero giocando con i suoi equilibri, le sue regole e i suoi limiti. E se questo stato di grazia chimerico può durare, a volte le cose vanno diversamente.
Perché quando la morte colpisce con il suo fragore sordo e potente, simile al fruscio di un’ala immensa, quando gela improvvisamente la vita che freme tutt’intorno in un indescrivibile terrore, ricorda ai testimoni della scena di riconnettersi alla propria esistenza. E coloro che avevano dimenticato l’inconcepibile valore della vita nella ricerca di ideali, sensazioni, riconoscimento sociale, scoperta, esplorazione e felicità, che sfugge in un’infinita ricerca della performance, ricordano. Mondi interiori vengono scossi e coloro che hanno scelto di andare a cercare sensazioni assumendosi volontariamente dei rischi, non imposti da una lotta per la sopravvivenza, si guardano intorno increduli, alla ricerca di una risposta che non esiste. Si tratta allora di valorizzare come si può il sacrificio involontario dei compagni caduti in montagna, ascoltando il messaggio che la loro scomparsa ci grida.
Come far capire agli intrepidi, a coloro che bruciano di passione, a quelli la cui padronanza tecnica e fiducia sono diventate più forti delle regole, a tutti coloro che non hanno vissuto il ciclo dell’incoscienza e poi dell’allenamento fino al violento confronto con la morte, con il suo odore, il suo rumore e quella sensazione di freddo che invade il midollo spinale, che la ricerca del limite ha un prezzo che nessuno è mai del tutto pronto a pagare? Vivete pienamente la vostra vita, sì. Ma di tanto in tanto, ponetevi le domande giuste per non perderla. È semplicemente questo il 7° trabocchetto. Così come la notte e il giorno sono legati, esso fa parte dell’insostenibile paradosso della montagna. Ma chi decide di guardarlo in faccia avrà almeno acquisito un’importante maturità, si sarà aperto alla propria sensibilità e forse sarà un po’ più al sicuro di prima.
Ho voluto realizzare questo film perché credo che, dietro tutta l’energia positiva, coinvolgente ma anche un po’ eccessiva sprigionata dagli sport di montagna, si nasconda qualcosa di cui non si parla. Non dico che riguardi tutti e non voglio impartire lezioni. Tuttavia, vorrei che la mia esperienza potesse aiutare a definire i contorni di una porta che si aprirebbe su una profonda conversazione con sé stessi. Ma non invento nulla: quanti si nascondono la realtà di fronte a una carriera, senza mai avere il coraggio di aprire la propria porta personale su ciò che desideravano profondamente fin dall’inizio? Spinti dalla società, dalla paura del fallimento e dal bisogno di appartenere, è comune dimenticare sé stessi. Il fenomeno non è diverso nei nostri ambienti. Eppure, credo che in montagna non ci si debba assolutamente dimenticare di sé: al contrario, bisogna essere perfettamente onesti con sé stessi e con gli altri. L’idea di un settimo trabocchetto dell’inconscio mi è quindi sembrata adatta a esprimere questo pensiero. Credo che si debba andare in montagna nella piena consapevolezza delle proprie motivazioni profonde e, soprattutto, che si debba sapere quando fermarsi, là dove il piacere non aumenta insieme all’assunzione di rischi. Le riprese del cortometraggio continueranno quest’inverno e saranno strutturate attorno alle interviste di 3 uomini e 3 donne. Questi 6 atleti, specialisti di 6 diversi sport estremi, racconteranno ciascuno una storia legata a uno dei 6 trabocchetti dell’inconscio, poi sveleranno la propria visione personale del rischio in montagna. Tra un intervento e l’altro verranno mostrate immagini della disciplina praticata dall’atleta. La conclusione del film sarà incentrata sul suggerimento del 7° trabocchetto dell’inconscio.
1) Scuola Nazionale di Sci e Alpinismo: bilancio degli incidenti negli sport di montagna dal 2009 al 2018, 2018
2) Prefetto dell’Alta Savoia: incidenti negli sport di montagna nel 2022, 26 ottobre 2023
3) France3 Alvernia-Rodano-Alpi, Uno studio per analizzare gli incidenti negli sport di montagna, sostenuto dalla Fondazione Petzl, 18 dicembre 2014
4) Scuola Nazionale di Sci e Alpinismo: L’insegnamento della gestione del rischio nella formazione delle guide d’alta montagna, Mallon A. e Knoertzer J.S.