L’alpinismo dell’ordinario
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Dalle prime grandi ascensioni alle prestazioni estreme ultrarapide, passando per l’esplosione dell’industria dello sci nel 1970, pareti e vette hanno visto passare un gran numero di persone con stati d’animo diversi e variegati.
E se, all’orizzonte del 2024, fossimo a una svolta? Proprio come la prima conquista del Monte Bianco nel 1786 diede inizio all’alpinismo moderno, lo scontro della nostra generazione con le conseguenze di uno sfruttamento non sostenibile delle montagne potrebbe essere l’elemento scatenante di una nuova era? Sarebbe quella della sobrietà che non compromette la prestazione, di un rapporto più autentico e meno consumistico con il nostro ambiente?
L’alpinismo è intrinsecamente uno sport di esplorazione che storicamente ha dato luogo a continue escalation verso la conquista di nuove vette, l’apertura di nuove pareti e vie. Scrivere il proprio nome, piantare la bandiera di una nazione hanno scandito la scrittura di una storia straordinaria dell’alpinismo. L’emergere dei social network e poi la loro onnipresenza hanno avuto come effetto non solo la riproduzione di questi comportamenti, ma anche la loro accelerazione presso un pubblico sempre più vasto. Quanto agli atleti, di fronte alla difficoltà di continuare a inserirsi in questa storia, poiché il massiccio alpino è stato percorso su tutte le sue pareti, i loro terreni di conquista sono sempre più lontani e le loro imprese sovradimensionate. Infine, la grande accessibilità degli ambienti di alta montagna dovuta all’espansione degli impianti di risalita spinge verso pratiche incentrate sulla ricerca dello straordinario, emblematiche del consumo in una società che non smette mai di accelerare. Tuttavia, la ricerca di sensazioni fuori dal comune resta l’essenza stessa dell’alpinismo, il che rende quindi necessario ripensare le condizioni della sua pratica.
Del resto, un vento nuovo sembra levarsi sulle vette alpine: e se l’alpinismo e le pratiche a esso associate stessero evolvendo? Infatti, nell’ora del bilancio climatico, come una lieve brezza ascendente, nell’aria sembra esserci una reale presa di coscienza. Questo stato di consapevolezza deve oggi essere associato a un’educazione diversa alla prestazione tecnica e sportiva, così come al nostro rapporto con la felicità di essere in montagna.
In primo luogo, l’attuale concezione della prestazione, basata sul compimento di imprese che si affrancano il più possibile dai tempi lenti, percepiti come inutili e tediosi, deve evolversi. Così, se la prestazione sportiva includesse nell’immaginario dei praticanti l’arte e il modo dell’avvicinamento, allora una parte del problema del consumo eccessivo sarebbe risolta e la brezza ascendente si evolverebbe in vento laminare.
In secondo luogo, la fine dello sfruttamento dell’ambiente montano non potrebbe assumere la forma di un percorso volontario e sincero di ritorno all’essenziale? Ciascuno al proprio livello, dall’alpinista esperto al principiante, dall’escursionista contemplativo al solista, convinciamoci della similitudine dell’obiettivo dei nostri sforzi: l’accesso alla felicità e all’ebbrezza di vivere sarebbe il nostro essenziale. Spetterebbe allora a ciascuno inebriarsi di sentieri e tempi lunghi, di luci e colori, di estetica ed equilibri, di vette e grandi spazi.
Charles Baudelaire esclamava: “Ubriacatevi, ubriacatevi senza sosta! Di vino, di poesia o di virtù, a vostro piacimento”. Se questo è fondamentale per i nostri equilibri interiori, esiste tuttavia una sfumatura: rendersi conto che uno stato di felicità e leggerezza può esistere al di fuori degli schemi di uno stra-ordinario permette di convincersi a rallentare il ritmo. Perché accontentarsi di meno significa amare ciò che si ha, percepire i dettagli della vita che si delineano sul silenzio ritrovato nel corso di una pratica rallentata. Ciò nonostante, questo stato d’animo non è incompatibile con la realizzazione di itinerari tecnici e imprese in montagna. La sensibilità dell’alpinista nel saper apprezzare ciò che lo circonda, la lentezza del suo avvicinamento all’obiettivo o la salita di itinerari meno lontani non intaccano la sua ragion d’essere, né nuocciono al superamento di sé o al bisogno di esplorazione.
Con la ferma intenzione di intraprendere un viaggio dai sapori diversi, guidati dall’idea di una performance ripensata, possiamo partire più in basso, prenderci il tempo di campeggiare ed entrare nell’universo dell’alta montagna seguendo la dolce evoluzione dei paesaggi. Possiamo anche viaggiare in bicicletta e lasciarci cullare dal tintinnio meccanico dei cuscinetti, oppure esplorare itinerari più vicini a casa. Invece di continuare a cercare lo straordinario nelle nostre ascensioni, forse sarebbe tempo di contemplare l’infra-ordinario. Come scriveva Georges Perec, “I giornali parlano di tutto, tranne che della quotidianità. I giornali mi annoiano, non mi insegnano nulla. [...] Ciò che accade davvero, ciò che viviamo, il resto, tutto il resto, dov’è? “ Una parte della soluzione si trova certamente in ciò che viviamo ogni giorno, in ciò che chiamiamo banale, ordinario. Eppure nelle nostre avventure in montagna non c’è nulla di banale. Se imparassimo ad amare più nei dettagli l’infra-ordinario, forse riusciremmo a inebriarci più facilmente e, così, a conciliare meglio le nostre pratiche di montagna con il rispetto dell’ambiente. Limitare la moltiplicazione dello straordinario per apprezzare le ricchezze dell’infra-ordinario.
Eppure, sebbene quasi tutti i praticanti siano consapevoli dei vari problemi legati allo sfruttamento delle montagne, molti fanno affidamento sulle azioni dello Stato e delle aziende per risolverli. Da parte loro, questi ultimi scaricano la responsabilità sui consumatori, i cui comportamenti e richieste cambiano poco. In questo triangolo dell’inazione, si potrebbe pensare che le figure di spicco dell’alpinismo, ridefinendo il concetto di performance, sarebbero la punta di diamante di questa evoluzione. Tuttavia, il vero potere del cambiamento è nelle mani di ciascuno di noi: gli abitanti della montagna di ogni giorno, quel potente cuore ancora invisibile che può e deve prendere l’iniziativa per far entrare gli sport di montagna in una nuova era. In altre parole, sono gli alpinisti di tutti i giorni, coloro di cui non si parla abbastanza, a detenere anch’essi le chiavi di questo cambiamento.
Realizzato da Julien Geay ed Eliott Nicot, il documentario « Désescalade » fa luce sui pericoli del sovraffollamento in montagna.