L’economia della neve in Francia: un modello al capolinea?
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Come far vivere intere vallate quando la neve su cui l’economia si basa da anni diventa sempre più incerta?
Dal « piano Neve » degli anni Sessanta, le stazioni hanno profondamente rimodellato lo spazio montano. Impianti di risalita, strade, seconde case, reti idriche e fognarie: la montagna si è attrezzata per accogliere sempre più sciatori, in un’epoca in cui l’energia era economica, la neve abbondante e la biodiversità ampiamente assente dal dibattito pubblico.
Oggi, questo modello si scontra con l’aumento delle temperature.
Le proiezioni dell’IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) sono piuttosto chiare: aumenta l’altitudine alla quale si ritroverà la neve. Entro 2050, solo alcune stazioni d’alta quota (Tignes, Val-Thorens, Chamonix, Val-d’Isère, …) dovrebbero conservare, nel breve termine, un innevamento sufficiente per mantenere un’attività sciistica regolare.
Per gran parte delle Alpi meridionali, del Giura, dei Vosgi e dei Pirenei, la situazione è meno certa. Secondo uno studio dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) del 2007, ancora regolarmente utilizzato come riferimento dalle istituzioni, un comprensorio sciistico può essere economicamente sostenibile solo se raggiunge un minimo di 100 giorni di apertura all’anno. Una soglia sempre più difficile da raggiungere: inverni troppo miti, precipitazioni più spesso sotto forma di pioggia, episodi di rialzo delle temperature più frequenti.
Ciò comporta oggi una moltiplicazione delle chiusure. E con esse, nei massicci francesi emerge un nuovo paesaggio: impianti di risalita abbandonati, edifici fatiscenti, piloni isolati. Stazioni fantasma, cicatrici visibili di un modello che crolla. Ma tutte le stazioni sono davvero condannate a finire così? Possiamo ancora sviluppare delle alternative?
Di fronte a questo problema, per le stazioni si delineano due traiettorie.
La prima consiste nel riorientare il modello economico, riducendo la dipendenza dallo sci alpino e sviluppando attività “quattro stagioni”. È la strada intrapresa da stazioni come Métabief, nel Giura, che investono in attività ricreative all’aperto accessibili tutto l’anno e indipendenti dalla neve: percorsi per mountain bike, escursioni, slittino su rotaia… Lo sci viene mantenuto, ma senza nuovi investimenti massicci. Una transizione graduale, più resiliente, che accetta l’evoluzione del clima invece di negarla, ma non sempre adeguata alle sfide ambientali rappresentate dal declino della biodiversità e dalla necessità di ridurre i nostri consumi energetici.
In inverno, attività come lo sci alpinismo : in piena espansione e che non richiede infrastrutture pesanti, segue le linee naturali della montagna e attira un pubblico sempre più numeroso in cerca di autenticità.
Questa pratica potrebbe diventare il fulcro di un nuovo modello, più leggero dal punto di vista economico ed ecologico, a condizione di rispettare alcune buone pratiche per la conservazione della biodiversità.
La seconda traiettoria, spesso combinata con la prima, è quella della fuga in avanti: mantenere lo sci a ogni costo investendo nell’innevamento artificiale. Oggi la stragrande maggioranza dei comprensori alpini è dotata di cannoni da neve. Quella che un tempo era una soluzione occasionale (mettere in sicurezza la parte bassa di alcune piste) è diventata una condizione di sopravvivenza. Oggi si innevano interi comprensori e si installano attrezzature sempre più in alto.
Quando scendiamo lungo una pista bianca e perfettamente liscia, dimentichiamo facilmente ciò che rappresenta: un’intervento pesante, sistematico e ad alto consumo energetico sugli ambienti naturali.
La neve artificiale è quattro volte più densa della neve naturale. Compatta i suoli, anche a causa del lavoro dei gatti delle nevi, ritarda il disgelo, riduce l’isolamento termico e rallenta il ciclo della vegetazione. Sonja Wipf, ecologa vegetale presso la WSL e la SLF in Svizzera, e il suo team hanno osservato una perdita di circa l’11% delle specie vegetali nelle aree sotto le piste innevate rispetto alle zone vicine.
Anche la fauna ne risente: in inverno, periodo in cui gli animali devono risparmiare energia, le zone attrezzate con innevatori sono più rumorose, più frequentate e quindi evitate. Lepri, camosci, cervi, uccelli… si allontanano da queste aree, mentre i bacini collinari (serbatoi per lo stoccaggio dell’acqua) possono diventare trappole per gli anfibi e prosciugare le zone umide naturali.
Ma il punto più critico resta l’acqua. L’innevamento artificiale richiede di prelevare grandi quantità d’acqua da torrenti e falde… proprio nel momento in cui le loro portate sono più basse. La Corte dei conti sottolinea già che in alcune stazioni la produzione di neve è limitata dall’esaurimento delle risorse, con un rischio crescente di concorrenza con l’acqua potabile e gli altri usi del territorio (agricoltura, ecc.).
E l’ironia è brutale: la mancanza di neve, in parte causata da un modello ad alto consumo energetico, viene compensata da una tecnologia a sua volta molto energivora. Un circolo vizioso che, alla lunga, diventerà comunque inefficace: quando le temperature saranno troppo elevate, i cannoni non funzioneranno più.
Oltre agli impatti ambientali, è la stessa viabilità economica dello sci alpino a vacillare. Il mercato dello sci alpino è giunto a maturità: l'attrattiva diminuisce, le settimane bianche scolastiche si fanno più rare, il patrimonio immobiliare invecchia mentre i costi di manutenzione delle infrastrutture continuano ad aumentare.
Questa realtà si scontra con una grande questione sociale: i comprensori sciistici generano, direttamente o indirettamente, circa 120.000 posti di lavoro nei massicci montuosi francesi. È un'intera economia locale a dipendere da questo «oro bianco», diventato sempre più raro. Ma è proprio questa dipendenza a costituire il problema.
La transizione non è quindi più un'opzione: è inevitabile. Ma può anche essere un'opportunità. La vera domanda è se sceglieremo di anticiparla per trasformarla in un progetto territoriale o se la subiremo nell'emergenza.
Mantenere artificialmente lo sci nei comprensori così come lo conosciamo è una soluzione a breve termine che ipoteca il futuro. Anziché rischiare di trasformare la montagna in un museo di rovine turistiche, abbiamo l'opportunità di reinventare questi territori.
L'urgenza non è salvare lo sci a tutti i costi. È accompagnare i territori verso altri modelli, più resilienti, prima che sia troppo tardi. Esempi come Métabief dimostrano che un'altra strada è possibile. Ma richiede coraggio politico, lungimiranza e l'accettazione di una verità scomoda: non possiamo costringere la montagna a piegarsi ai nostri desideri. Siamo noi a doverci adattare a essa, non il contrario.
Questa transizione non è un fine in sé, ma l'inizio di un nuovo modello da costruire insieme. I territori montani hanno saputo reinventarsi nel dopoguerra puntando sullo sci; sapranno farlo di nuovo sviluppando un turismo più sobrio, più diversificato e più rispettoso. Il cambiamento climatico impone a tutti noi di ripensare le nostre attività. È l'occasione per ridefinire il nostro rapporto con la montagna.
Perché ricordiamoci che la montagna non è un parco giochi a nostra disposizione. È un ambiente vivo e fragile, che ci accoglie. Questo privilegio comporta una responsabilità. Rispettare i sentieri segnalati, non lasciare traccia del nostro passaggio, osservare la fauna a distanza, adattare le nostre attività ai periodi delicati per la biodiversità: tanti gesti semplici che testimoniano una consapevolezza ritrovata. La montagna di domani sarà quella che sceglieremo di preservare oggi. Non dominandola, ma imparando a vivere con essa, rispettando i suoi ritmi e i suoi limiti.